Carlo Pace nasce l’8 marzo 1937 a Alessandria dove vive e lavora.
Si accosta precocemente all’arte, in età di 15-16 anni, per innata sensibilità e per il favorevole ambiente familiare. Il padre, Luigi, noto collezionista e mercante d’arte contemporanea, lo avvicina alla cultura del ‘900 alessandrino e nazionale e, in specie, ai principali movimenti d’avanguardia artistica - Primo e Secondo futurismo, Spazialismo (Lucio Fontana era amico di famiglia), MAC, Astrattismo, Informale. Sono datate 1952-1953 le prime prove materico-segnico-gestuali. Nel 1961 è presente in una mostra collettiva alla galleria La Maggiolina in Alessandria e nel 1962 alla galleria Il Traghetto a Venezia. Pace si mantiene fedele alla poetica informale fino al 1962, unico caso il suo, di pittura informale in casa nostra, in quegli anni. Alessandria negli anni ‘60 appare infatti, refrattaria alle innovazioni artistiche. È negli anni ‘70, con l’inaugurazione della Sala Comunale d’Arte, che inizia in città un certo fermento artistico e si affacciano le nuove correnti pittoriche. Pertanto, è legittimo affermare - scrive D. Molinari - che Pace abbia rappresentato un’autentica proposta innovativa. Dopo il 1962 Pace recupera l’immagine femminile e produce una serie di composizioni con caratteristiche totemiche, fortemente strutturate secondo una sintassi geometrizzante riferibile al cubismo e al postcubismo. Nel 1970 partecipa alla Rassegna Ramazzotti, a Palazzo Reale, a Milano su segnalazione di Marco Valsecchi. Spirito inquieto e schivo si sottrae alle coercizioni del mercato. Rinchiuso nel suo studio, Pace prosegue il suo incessante percorso di ricerca con lo sguardo attento alle innovazioni del mondo artistico. Nei primi anni ‘70 si interessa al Dada storico, al Neodada, alla Pop-Art, all’Arte povera, movimenti che lo stimolano e che egli interpreta nello spirito del concettualismo con grande originalità. Le opere di quegli anni documentano che Pace sente e vive nello spirito della scena artistica nazionale e internazionale. Ne consegue un’articolazione della sua attività artistica in varie direzioni: manufatti, collages, carte assorbenti, carte crespate, cartoni, spine dorsali... Gli anni ‘80 sono caratterizzati dall’acquisizione di un linguaggio artistico, quasi un alfabeto pittorico, una sorta di grafismo che si appella al silenzio: i fonemi. Negli anni ‘90 Pace ritorna alla pittura, ma è una pittura autosignificante che non rinnega i presupposti informali. Gli elementi della composizione si affidano agli strumenti pittorici tradizionali: colore, materia, segno, gesto usati però, in modo esplosivo deflagrante, fuori da ogni schema convenzionale, sono forme in fieri, in cerca di aggregazione e di estrinsecazione. Dal 2000 al 2003 Pace realizza tele verticali campite di colore che vibrano di segni e di colature e costituiscono un polittico teoricamente aperto e infinito. Nel 2003 l’Assessorato ai Beni Culturali di Alessandria gli dedica una personale nella quale vengono esposte opere esemplificative del suo articolato percorso artistico. Il 2004 e il 2005 sono anni caratterizzati da composizioni nuove, le tessiture. Sono tessiture semplici, quasi primitive, ma profondamente meditate. Simbolici fili sono fissati in orditi suggestivi nello spazio pittorico, quasi proiezioni della memoria, “ricuciture” di lacerazioni inconsce nel difficile percorso di recupero della coscienza esistenziale. Le tessiture sono il presente che si innesta nel passato. Il filo della memoria recupera i frammenti dell’esperienza umana, culturale, artistica e li ricuce costituendo tramature ideali sempre in evoluzione. Attento conoscitore dell’opera dell’artista, D. Molinari, asserisce che il linguaggio pittorico di Carlo Pace, - pur nel panorama delle molteplici esperienze che hanno caratterizzato più di mezzo secolo di lavoro serrato - mantiene un marchio di inconfondibile specificità: il “fattore Pace” che è riconoscibile anche oggi. Le opere di Pace, enigmatiche forse, ma assolutamente libere, testimoniano ancora una volta un percorso di ricerca originale, coerente, continuativo sempre innovativo. Il binomio arte e vita, intesa come libertà di agire, di pensare e di creare senza accettare condizionamenti, permane l’essenza stessa del suo essere uomo e artista. Dal 2006 Pace recupera la carta vetrata - discorso iniziato negli anni 70 - proponendola come nuova “ pelle” dello spazio pittorico: le CARTE A VETRO

INTERVISTA A CARLO PACE - IL PICCOLO febbraio 2003
Abbiamo incontrato Carlo Pace, artista schivo, eternamente accompagnato dai suoi pacchetti di sigarette, fondamentale per quella svolta informale data alla cultura pittorica alessandrina.
Lo studio di Carlo Pace occupa alcune stanze in uno stabile di via Schiavina. Immediatamente si ripensa a alcune composizioni di Pietro Morando ambientate proprio in quel tratto di Alessandria.
Lo studio di Carlo Pace trabocca di opere, si coglie immediatamente il percorso di un artista completo, unico, originale nel modo di fare arte, “un modo - come rilevato da Dino Molinari - completamente estraneo agli schemi della cultura figurativa in Alessandria a partire dal secondo dopoguerra”.
I miei inizi, dice Carlo Pace, risalgono a quando ero poco più che un adolescente. A casa mia giravano molte opere - il padre Luigi era assai conosciuto non solo in città come collezionista di opere d'arte contemporanea, con una quadreria che spaziava da Bozzetti, Morando e Cafassi, a Fillia, Cassinari, Fontana - e era costante la presenza di galleristi, degli artisti stessi, di critici, di editori come Giampiero Giani. Costui era legato all'Informale, soprattutto allo spazialismo, un movimento che, come diceva Lucio Fontana, aveva colore, l'elemento dello spazio, suono, l'elemento del tempo e il movimento , che si sviluppa nel tempo e nello spazio. Nel 1952/53 iniziai a realizzare le prime opere, tutte senza ricorrere all'immagine, tutto non-figurativo.
Fu un momento rivoluzionario nel panorama alessandrino. Il lavorare con la materia, fu un discorso molto avanzato, ricco. Questo lavoro si protrasse decennio.
Fu un momento intenso - continua l'artista - che si concluse nel 1962. È inutile cercare di stiracchiare le date: l'Informale finisce proprio in quegli anni. La mostra di Modena (Informale. Jean Dubuffet e l'arte europea dal 1945 al 1970, attualmente in corso nella città emiliana) propone anche opere che appartengono al 1970: direi che in quel momento il movimento aveva già esaurito la sua spinta innovativa.
Molti artisti però hanno proseguito sull'informale. C'è qualcuno che segna il limite estremo?
Lucio Fontana ha chiuso un'epoca. Il suo è stato un lavoro talmente nuovo, talmente rivoluzionario che ha fatto cessare qualsiasi novità pittorica: Fontana è inimitabile, avvicinarsi a lui significherebbe copiare, senza alcuna giustificazione.
Quindi nessuna possibilità per l'arte contemporanea?
La novità può essere nei materiali, nel cercare qualcosa che permetta di scandagliare la natura attraverso la riproduzione di nuovi spazi, ma con nuove sostanze.
Dopo l'Informale, cosa accadde alla produzione di Carlo Pace?
Dopo la ricerca Informale ho avuto un periodo nel quale rappresentavo delle figure femminili, molto stilizzate. Si trattava di una parentesi sulla quale rifletto e vorrei riflettere ancora. Mi piacerebbe fare una mostra solo con questi pezzi.
Negli anni Settanta avviene l'ennesima svolta.
Feci una mostra a Como e parlai a lungo con un critico, Mario Radice, il quale mi fece riflettere sulla ripetitività. Non so quali furono gli stimoli, che cosa si verificò, ma sentii che in quel momento dovevo usare molto nero. Il quadro diventava scuro, si piegava, si “ammalava”. Nacquero le “spine dorsali”, nere, sporche, dei simboli di torture, di una malattia del mondo.
È forse il momento in cui Carlo Pace dimostra la potenza della sua creatività. La novità è palese, eccezionale. Sembra che le spine dorsali rimangano anche dopo, riducendosi, evolvendosi in qualcosa d'altro.
Segue, negli anni Ottanta, un altro periodo intenso, minimale, condizionato dai cosiddetti fonemi. Dietro questa produzione si nasconde una sensibilità straordinaria, una capacità di recepire lo spirito di ciò che ci circonda. I fonemi sono il grido impercettibile del debole, della natura che non ha la possibilità di competere con il potente.
Concludiamo con l'ultima fase, quella ben rappresentata alla Cittadella.
L'ultima produzione è ancora incentrata sulla ricerca. Dopo essere ritornato al colore e alla sua forza, ho cominciato a lavorate con dei fili che si trasformano in segni e in forme. Il tutto è iniziato dopo la mostra di via Cavour del 2003. Dopo mezzo secolo di produzione, mi sento ancora di sperimentare di ricercare.
Carlo Pesce
La ruvida carezza della carta vetrata
di Carlo Pesce
Lo studio di Carlo Pace si trova nel centro storico di Alessandria. C'è silenzio ne! cortile sul quale si affaccia la porta de suo laboratorio.
Due stanze che odorano di solvente, centinaia di quadri variamente datati, dagli anni Cinquanta a oggi. Sul tavolo un lavoro in divenire, appoggiati alla spalliera del divano altre due opere concluse da poco. Dalla radio escono le note di una canzone napoletana.
Ti giri intorno e guardi l'accumularsi dell'esperienza pittorica di uno sperimentatore, la rappresentazione dell'inquietudine di un uomo che ha costruito con il suo lavoro di artista la propria esistenza. Carlo Pace racconta di come nascono certe sue intuizioni, afferma che talvolta lo sorprendono mentre sta per addormentarsi, e lui le segue fino a afferrarle e a trasformarle in quello che vediamo, in opere che per la complessità del gesto creativo sarebbe limitativo definirle solo "pitture".
Per questo l'evoluzione del discorso artistico di Pace è fatta di accelerazioni improvvise, di trasformazioni repentine che talvolta sorprendono. Eppure, ogni volta che comincia a definirsi una nuova serie di lavori c'è sempre un collegamento con qualcosa che lo ha preceduto, si intuisce sempre un riferimento a un momento più o meno preciso del percorso
culturale di Carlo Pace. Nulla è casuale, scavando appena ecco affiorare la radice cui si attacca il ramo della nuova idea.
Carlo Pace ha più di 50 anni di esperienza alle spalle, ha conosciuto critici e artisti che gli hanno parlato e hanno forgiato i presupposti di quella che tranquillamente potrebbe essere definita una "maniera". Egli si avvale di una notevole forza che gli ha permesso di cambiare, di mettersi sempre in discussione, in modo da poter essere sempre aggiornato, con la sua capacità di osservare come si muoveva - e si muove - il mondo dell'arte. Ciô che si è determinato è un qualcosa di particolarmente intenso, di vigoroso, costruito sul piano di una coerenza formale che in ben pochi della sua generazione hanno saputo mantenere.
Negli anni Settanta Carlo Pace realizzò una serie di piccoli lavori,delle tavole quadrate di quaranta centimetri di lato. La struttura di quasi tutti quei manufatti presentava una sezione centrale ricavata attraverso l'incisione del legno con sgorbie. Ciò che si determinava era uno spazio liquido, dai limiti non regolari, trattenuto da bordi levigati che limitavano l'espandersi dinamico della struttura più interna. I pigmenti che si stendevano a coprire la superficie di ogni singola "formella" variavano, dal grigio antracite al giallo squillante, a volte mischiati, a volte drammaticamente solitari. Ma l'azione del pittore non si limitava soltanto alla stesura del pigmento, spesso unito a collanti che ispessivano la materia rendendola durissima, simile a un'ambra perlacea; egli concludeva l'operazione grattando la superficie con un foglio di carta vetrata, asportando e ridistribuendo i colori per creare un effetto particolare, un effetto atmosferico di erosione.
La serie di opere, percepite in rapida sequenza, dimostra la bontà di un'operazione che mischia gesti che appartengono alla scultura - l'utilizzo di una sgorbia e la piallatura con la cartavetro - a esiti che non possono che essere considerati pittorici. L'artista si mette a completa disposizione dell'arte, accetta la sfida con un materiale che lo costringe a compiere un'operazione di trasformazione che gli permette di contenere la forza dirompente della pittura accettandone i limiti. Ciò che si determina è una visione primordiale, un tuffo nel liquido amniotico che costringe l'osservatore a fare i conti con la sua origine di essere vivente. È, in fondo, una percezione degli inizi della propria esistenza, il ricordo di quel viaggio finalizzato alla costruzione dell'anima del quale restano pochi frammenti cristallizzati nella memoria di ogni pensante. Pace ci invita a osservare delle forme che esplodono di fronte ai nostri occhi non ancora abituati a percepire la realtà, quella realtà che si manifesterà in tutta la sua crudezza nel momento in cui, abituati alla semioscurità trasparente del ventre materno, avremo la percezione della luce esterna.
I lavori realizzati a partire dal tardo autunno del 2007, pur collocandosi in diretta continuazione con le recenti cuciture policrome, sembrano derivare in modo più marcato da quei piccoli manufatti realizzati negli anni Settanta. Però, considerare solo le"formelle" anni '70 quali unici riferimenti a questi lavori si commetterebbe un grave errore.
In effetti, la centralità dell'elemento su cui si imposta l'atto creativo riporta anche alla realizzazione delle "Spine dorsali" - forse la fase artistica più importante di Carlo Pace -, molte di queste create negi anni Settanta, straordinarie costruzioni archeologiche, struttureche affiorano dalle nebbie di un passato lontanissimo come elementi fossilizzati di vite organiche precedenti. Le Spine dorsali trasmettono dolore e inquietudine, sono scheletri che emergono in uno spazio pieno di cattiveria e di sporcizia, uno spazio che tende a contaminare, a inquinare anche la purezza deil'assoluto.
Ora, al reade made catramoso di quegli anni si è sostituita una più raffinata ricerca di oggetti,privi di valore che egli nobilita facendoli diventare oggetto di rappresentazione artistica e, in quanto tali, risultano essere il senso stesso della sua rappresentazione. Essi sono esposti al centro di una tela come se fossero preziosi monili si trasformano in parte di un'opera d'arte, diventando qualcosa di ben diverso da ciò che sono realmente.C'è molta rabbia in questi lavori, si intravede una forte critica nel confronti del consumismo, della trasformazione ferocemente capitalistica verso cui ci siamo diretti. Non è un caso che gli sfondi delle opere che costituiscono questa fase della ricerca di Carlo Pace siano tristemente scuri, talvolta drammaticamente macchiati da plumbee, pesantissime gocce di pasta metallica, talvolta occupati da ampie stesure di cafta vetrata. Questo materiale, cosI difficile,così poco duttile, è diventato l'epidermide su cui Pace ha costruito i suoi ultimi lavori.Dapprima la carta vetrata aveva un utiiizzo limitato, serviva all'artista per grattare le superfici, per ridurre a altro le campiture di colore che supportavano le sue silenziose costruzioni artistiche. Adesso anche questo materiale, un tempo a esclusivo servizio del completamento del lavoro, assurge a una dignità superiore sostituendosi ai tradizionali sfondi dipinti.Pace inventa una "poetica" della carta vetrata. Per l'autore è decisamente più affascinante questo materiale, quindi il supporto, piuttosto che ciò che si distende sulla superficie. Per questo sia le strisce di smalto fatte colare da un punto facilmente individuabile sulla superficie della carta vetrata, sia qualsiasi altro elemento appoggiato o saldamente attaccato a essa, sono da interpretare solamente come dei dettagli, come dei momenti di sperimentazione che servano a percepire un effetto. Pace sembra chiedersi in continuazione che cosa può accadere quando si deposita uno stesso pigmento su una superficie diversamente trattata. Egli agisce violentemente sul supporto, graffiandolo, scavandolo, cercando l'eliminazione di uno strato per sostituirlo con un simulacro cromatico. L'effetto è terribile nella sua forza dinamica, si assiste all'affermazione sulla scena di un protagonista di "secondo piano" al quale spettava un più banale e oscuro compito caratterizzante. È il supporto, che trionfa nella sua ruvida bellezza, nella sua tattilità incontenibile, nella sua trasparenza minerale.L'artista crea contemporaneamente sinopia e affresco, un modo per cogliere la realtà del mondo che supera il più tradizionale meccanismo ottico della percezione. Pace cattura la visione di un'emozione, cattura l'immagine di una vita vissuta nella convinzione che l'infinito è ora.